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Cosa significa "patrimonio immateriale". Il caso della Dieta Mediterranea




Nel 2010 l'UNESCO ha riconosciuto la Dieta Mediterranea patrimonio culturale immateriale dell'umanità. Non per i suoi nutrienti. Per i suoi gesti.


Mi sono portata dietro una parola per anni, senza capirla davvero. Patrimonio. La dicevo spesso, la scrivevo ancora più spesso, la usavo con quella sicurezza vaga con cui si usano le parole che sembrano ovvie. Patrimonio. Come se il senso fosse già nel suono.

Poi, un pomeriggio di qualche anno fa, mi sono ritrovata in una cucina a Mazara del Vallo: una cucina piccola, di quelle con le piastrelle bianche che ingialliscono sui bordi, a guardare una signora di settantadue anni che faceva la pasta col pesce. Non era una ricetta: era un rito. Le mani che si muovevano senza esitazione, senza misure, senza consultare nessuno. Sapeva, così come si sa respirare. E ho capito che quello era il patrimonio, non il piatto o la ricetta scritta su un quaderno. Quel sapere, quelle mani.

Nel 2010 l'UNESCO ha iscritto la Dieta Mediterranea nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità. Una frase lunga, burocratica, che rischia di far scivolare via la cosa più importante: la parola immateriale.

Non è un dettaglio tecnico: è tutta la sostanza del discorso.

Il patrimonio culturale materiale è fatto dalle cose che si possono toccare: un tempio greco, una cattedrale, un dipinto. Esistono anche se nessuno li guarda, anche se nessuno li usa. Resistono. Il patrimonio immateriale, invece, ha una natura completamente diversa: esiste solo se viene praticato. Smette di esistere nel momento in cui smette di essere trasmesso. Non si conserva in un museo, non si mette sotto vetro: vive, o muore.

Questo è ciò che l'UNESCO ha riconosciuto della Dieta Mediterranea: un sistema fatto di saperi, di gesti, di relazioni, di ritmi stagionali, di pratiche sociali, di modi di stare insieme attorno a un tavolo. Ha riconosciuto qualcosa che non esiste da nessuna parte tranne che nelle persone che lo praticano.

Capire questa distinzione cambia radicalmente il modo in cui si pensa alla tutela.

Se voglio proteggere una cattedrale, la restauro. Mando gli ingegneri, i restauratori, i fondi europei; la cattedrale aspetta. Se voglio proteggere un sapere ( la tecnica di un cestaio, la melodia di un canto popolare, il modo in cui in un villaggio campano si fa il ragù la domenica) non posso restaurarlo. Posso solo farlo vivere, posso solo garantire che qualcuno lo pratichi, che qualcuno lo trasmetta, che la catena non si spezzi.

La Convenzione UNESCO del 2003, quella che definisce il quadro del patrimonio immateriale, usa una parola precisa: trasmissione, non conservazione. Perché conservare implica fissare, bloccare, mummificare. Trasmettere implica movimento, passaggio, vita che si riproduce.

Il rischio più sottile, e più reale, è quello di credere che il riconoscimento sia già la protezione. Che bastasse iscriversi nella lista per essere al sicuro. Non è così. La lista è un atto simbolico, importante, fondamentale, per la visibilità politica e culturale. Ma non sostituisce il gesto quotidiano, la nonna che insegna alla nipote come si riconosce un olio buono dall'odore; non sostituisce la sagra di paese, il mercato contadino, il ristoratore che sceglie il fornitore locale anche quando costa di più.

Una volta non si sarebbe usata la parola trasmissione; si sarebbe detto: si fa così. Quella semplicità della trasmissione senza nome, senza didattica esplicita, senza consapevolezza di star preservando qualcosa è esattamente il meccanismo che l'UNESCO ha tentato di nominare e proteggere. Il sapere che si passa per osmosi, per presenza, per ripetizione condivisa.

Il problema è che quel meccanismo si è inceppato, le cucine si sono svuotate, le generazioni non si sovrappongono più come si sovrapponevano. I bambini non guardano più cucinare nel senso profondo del guardare finché il gesto entra negli occhi e poi nelle mani. E allora il patrimonio immateriale comincia a perdere i suoi custodi naturali, quelli inconsapevoli, quelli più efficaci.

Questo è il motivo per cui il riconoscimento UNESCO non è un punto di arrivo. È un punto di partenza per una domanda difficile: come si fa a proteggere qualcosa che vive solo se continua a essere praticato, in un mondo che non pratica più allo stesso modo?

Non ho una risposta netta. Ho, piuttosto, la convinzione che la risposta non possa essere soltanto istituzionale. Le istituzioni possono creare condizioni, aprire spazi, finanziare programmi. Ma il gesto concreto del cucinare insieme, del sedersi a tavola, del passare una tecnica da un corpo a un altro, quello appartiene alle persone, alle famiglie, alle comunità, alle cucine piccole con le piastrelle bianche che ingialliscono sui bordi.

Proteggere la Dieta Mediterranea significa tenere in vita quei gesti. Significa capire che ogni volta che qualcuno insegna a qualcun altro come si fa una cosa, come si monta una salsa, come si sceglie il pomodoro, come si aspetta il tempo giusto sta facendo un atto di tutela. Senza saperlo. Come mio nonno, che diceva soltanto: si fa così.

Il patrimonio immateriale sopravvive nell'atto del tramandare. Non altrove.

 
 
 

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